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Narcolessia, quando dormire troppo può essere un problema

I disturbi del sonno sono già stati da noi trattati in un precedente articolo. Abbiamo affrontato in modo parecchio sintetico quelli più diffusi e conosciuti, come insonnia e roncopatia. In caso esista una di queste patologie, dormire diventa un problema. Il sonno non sarà mai riposante quanto dovrebbe invece essere. Tra i diversi disturbi del riposo, oggi ci occuperemo della narcolessia.

Poco conosciuta e diffusa

La narcolessia è un disturbo neurologico piuttosto raro, che colpisce circa lo 0.05% della popolazione mondiale. Senza differenze significative tra uomini e donne. I sintomi, nella maggior parte dei casi iniziano a manifestarsi durante l’adolescenza, benché esistano studi che dimostrino come non ci sia un’età precisa in cui si può diagnosticare la patologia. Risaputo, al contrario, che spesso si ha una diagnosi tardiva, a volte anche 10 anni dopo la manifestazione dei sintomi.

Un individuo narcolettico presenterà i seguenti sintomi:

    • eccessiva sonnolenza diurna: con colpi di sonno frequenti in situazioni inusuali. Come ad esempio a scuola, sul posto di lavoro o anche durante i pasti, mediamente una sensazione di sonnolenza ogni 2 ore;
    • cataplessia: perdita del tono muscolare a seguito di una forte emozione, positiva o negativa che sia. Il soggetto può anche arrivare a perdere le forze;
    • allucinazioni ipnagogiche: conosciute anche come “sogni ad occhi aperti”. Deriva da un parziale incapacità del paziente a distinguere il mondo onirico con il mondo reale;
    • paralisi: nei momenti antecedenti al sonno e in quelli immediatamente successivi un soggetto narcolettico non riuscirà a muoversi, ma rimane cosciente.

Come capire se si è affetti da narcolessia?

Per la narcolessia non esiste una causa scatenante conosciuta, anche se esistono diversi studi sulla malattia, che ne hanno individuato i neurotrasmettitori coinvolti. Il maggiore sospettato è l’ipocretina (orexina), la cui produzione è, nei soggetti interessati dal disturbo, assai ridotta o quasi del tutto assente. Sono stati effettuati studi anche sul rischio di trasmissibilità del disturbo, che è parecchio superiore tra i parenti di primo grado, arrivando ad essere del 2%, ossia 40 volte maggiore della norma.

La mancanza di informazioni sulle cause scatenanti e la difficoltà da parte della maggior parte degli individui a individuarne i sintomi, rende difficile la diagnosi del disturbo. In caso di sospetto il consiglio migliore è rivolgersi ad uno specialista del riposo o ad un medico. Requisito fondamentale per porre la diagnosi è che il soggetto lamenti una presenza di ipersonnia durante il giorno per almeno 3 mesi, unita ad altri dei sintomi, come la cataplessia. In tal caso si verrà sottoposti al test delle latenze multiple del sonno (MSLT), per diagnosticare l’esistenza (o l’assenza) del disturbo.

La cura per la narcolessia

Non esiste alcuna cura conosciuta per la narcolessia. Nonostante questo esistono dei trattamenti che permettono di controllare i sintomi, rendendo la vita di chi ne è affetto più “normale”. Oltre alla terapia medica sarebbe opportuno adeguare il proprio stile di vita per far fronte alla malattia. Poiché effetti maggiori si hanno sulla vita lavorativa e sociale di chi ne è affetto.

Uno stile di vita sano, unito alla pratica di “sonnellini pianificati”, può aiutare la terapia (con i farmaci) contro la narcolessia. Mentre un migliore materasso può aiutare a migliorare la qualità del riposo percepita.

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